Corigliano-Rossano, Renzo su femminicidi: "Il primo argine è educare alla frustrazione"

La pedagogista: «Il rispetto del no e dei confini si insegna fin dall’infanzia. Famiglia, scuola e Stato devono condividere responsabilità e strumenti»

A cura di Redazione
22 settembre 2026 12:00
Corigliano-Rossano, Renzo su femminicidi: "Il primo argine è educare alla frustrazione"  - Foto: Uff. Stampa Pedagogista Teresa Pia Renzo
Foto: Uff. Stampa Pedagogista Teresa Pia Renzo
Condividi

Corigliano-Rossano – Un ragazzo che non sa reggere un rifiuto non rinasce davanti a un giudice, né si forma all’improvviso dentro una relazione malata. Molto spesso cresce molto prima, quando da bambino nessuno gli ha insegnato che il desiderio incontra un limite, che la rabbia non autorizza il gesto violento, che il corpo dell’altro non è proprietà, che un no non è un’umiliazione da vendicare. Per questo continuare a pensare che il femminicidio si possa combattere soltanto aggiungendo corsi, attività o giornate tematiche nelle scuole significa guardare l’effetto finale senza affrontare la causa educativa più profonda: l’incapacità, costruita negli anni, di gestire la frustrazione.

È UN GRAVE ERRORE DELEGARE TUTTO ALLE FUNZIONI DELLA SCUOLA

È la pedagogista Teresa Pia Renzo ad intervenire sul tema della violenza di genere e dei femminicidi, richiamando l’attenzione su un equivoco che considera sempre più pericoloso: affidare alla scuola ogni emergenza sociale, trasformandola nel luogo al quale demandare anche ciò che nasce nella famiglia, nelle relazioni, nei modelli adulti e nella mancanza di limiti. La scuola – sottolinea – istruisce, educa sul piano cognitivo, rafforza competenze e può accompagnare percorsi di consapevolezza. Ma non è una clinica, non è un centro riabilitativo, non è un presidio rieducativo permanente chiamato a correggere da solo ciò che altrove non è stato costruito.

SE LO STATO CHIEDE DI EDUCARE ALLE EMOZIONI, DEVE TUTELARE CHI LO FA

Il nodo non è negare il valore dell’educazione affettiva e relazionale, ma chiarire ruoli, strumenti e responsabilità. Se – aggiunge - si chiede agli insegnanti di entrare in percorsi complessi sulla gestione delle emozioni, sul rispetto, sulla relazione tra maschile e femminile, allora bisogna anche metterli nelle condizioni di farlo senza esporsi a pressioni, contestazioni, aggressioni familiari o rischi professionali. Non si può caricare la scuola di responsabilità enormi – osserva – e poi lasciarla sola quando prova a esercitarle. Prima di chiedere nuovi compiti agli insegnanti, bisogna restituire loro autorevolezza, protezione e strumenti reali.

IL PRIMO GESTO VIOLENTO NON È MAI UN GIOCO INNOCUO

Per la pedagogista da oltre venti anni punto di riferimento per la crescita della prima infanzia, la prevenzione comincia molto prima dell’adolescenza. Comincia quando un bambino, dentro una crisi oppositiva, alza le mani contro la madre o il padre e l’adulto minimizza, sorride, trasforma quel gesto in tenerezza o lo archivia come capriccio. È lì che si decide una parte importante del futuro educativo. Se quel comportamento non viene fermato nell’immediatezza, il bambino impara che la rabbia può diventare pressione, che la pressione produce risultato, che l’altro può essere colpito quando frustra un desiderio. Nessun percorso scolastico, da solo, può sradicare facilmente un comportamento che la famiglia ha lasciato radicare per anni

IL FEMMINICIDIO NASCE ANCHE DALL’INCAPACITÀ DI ACCETTARE IL RIFIUTO

La violenza di genere – questa la lettura di Renzo - non può essere ridotta ad una sola matrice. Ma dentro molti casi ritorna un elemento costante: l’incapacità di accettare la perdita, il distacco, il rifiuto, la fine di una relazione. Quando una donna smette di essere riconosciuta come persona e viene percepita come oggetto da possedere, trattenere o punire, la relazione è già uscita dal terreno dell’amore ed è entrata in quello del dominio. Se un ragazzo è cresciuto pensando che tutto gli sia dovuto – evidenzia – farà più fatica ad accettare che un’altra persona possa dire no, scegliere diversamente, allontanarsi o sottrarsi al suo controllo.

 NON SI LAVORA SOLO SULLE RAGAZZE: BISOGNA LAVORARE SUI RAGAZZI

Molti percorsi di prevenzione rischiano di concentrarsi troppo tardi e troppo spesso sulla possibile vittima: insegnare alle ragazze a riconoscere il rischio, a non cadere nei tranelli, a non accettare incontri pericolosi, a non illudersi di poter salvare o calmare l’uomo violento. Tutto questo è utile, ma non basta. Non può diventare l’unico asse della prevenzione. Il lavoro principale deve riguardare anche e soprattutto i ragazzi: educarli al limite, alla frustrazione, al rispetto del corpo e della volontà altrui, alla responsabilità delle proprie azioni, alla distinzione tra amore, possesso e controllo.

I CONFINI DEL CORPO SI INSEGNANO GIÀ DALLA PRIMA INFANZIA

C’è però una prevenzione possibile e necessaria, che per la Pedagogista deve partire dai primi anni: educare bambini e bambine al rispetto del proprio corpo e di quello degli altri. Dire chiaramente che nessuno può toccare senza consenso, che se qualcosa mette a disagio bisogna parlarne subito con un adulto affidabile, che l’intimità ha confini, che anche un abbraccio può essere rifiutato se non lo si desidera. Una bambina che impara presto che il suo corpo non è disponibile allo sguardo o al gesto degli altri – sottolinea – cresce con una consapevolezza preziosa. Non significa creare paura, ma costruire sicurezza.

QUANDO IL RAPPORTO È MALATO, LA PREVENZIONE DIVENTA PIÙ DIFFICILE

Renzo richiama però anche un dato scomodo: nelle relazioni già segnate da dipendenza, manipolazione, plagio emotivo o dinamiche narcisistiche, la prevenzione diventa molto più complessa. Una donna coinvolta in un rapporto malato può non vedere il pericolo, può pensare di riuscire a chiarire, calmare, recuperare, controllare la situazione. Molte volte l’ultimo incontro viene accettato proprio con questa illusione. Ma non tutto è prevedibile, non tutto si può evitare con una lezione, non ogni aggressione può essere anticipata da segnali leggibili dall’esterno. Per questo è sbagliato spostare il peso della responsabilità sulla vittima.

LO STATO NON NASCONDA LA PROPRIA DEBOLEZZA DIETRO I CORSI DI FORMAZIONE

Il tema educativo, per Renzo, non cancella quello giuridico. Anzi, lo rende ancora più urgente. Se davanti a molestie, aggressioni, abusi, persecuzioni e violenze il sistema restituisce l’idea che tutto possa essere attenuato, giustificato, ridotto o aggirato, il messaggio sociale diventa devastante. Le campagne educative servono, ma non possono coprire la debolezza delle risposte istituzionali. Chi usa violenza – afferma la pedagogista – deve incontrare conseguenze severe e certe. Altrimenti lo Stato rischia di dire con le parole che protegge le donne e con i fatti che chi viola quei confini può continuare a farlo.

RENZO: FAMIGLIA, SCUOLA E STATO DEVONO TORNARE A PARLARE STESSA LINGUA

Per la pedagogista, la risposta alla violenza di genere non può stare in un solo luogo. La famiglia deve educare al no, al rispetto, alla frustrazione e alla responsabilità. La scuola può rafforzare, nominare, accompagnare, intercettare, ma deve essere tutelata e non lasciata sola. Lo Stato deve garantire regole credibili, pene certe e protezione reale per chi subisce. Se uno di questi livelli arretra – conclude Teresa Pia Renzo - l’intero sistema educativo e sociale si indebolisce.

Segui CosenzaOk