Settembre, il mese delle partenze: quel magone in gola quando si lascia la Calabria

Finite le vacanze, strade e autostrade tornano a riempirsi: si va via con le valigie cariche, ma anche con la promessa di tornare

A cura di Redazione
10 settembre 2026 07:00
Settembre, il mese delle partenze: quel magone in gola quando si lascia la Calabria - Foto: Redazione
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Settembre ha un rumore tutto suo. È quello delle valigie trascinate sul pavimento, delle portiere che si chiudono, dei motori che si accendono presto al mattino. Degli ultimi boccacci chiusi. È il rumore di chi parte.

E in Calabria, forse più che altrove, settembre è il mese dei saluti. Dopo settimane trascorse tra il mare, le serate in piazza, le cene con gli amici e le giornate vissute senza guardare troppo l'orologio, arriva il momento di rimettere tutto dentro una valigia e riprendere la strada verso il Nord.

Lo racconta bene anche un'immagine semplice: un'auto in viaggio, la strada davanti e quel cartello che indica la fine della Basilicata e l'ingresso in Calabria. Una fotografia che, a settembre, sembra quasi raccontare una storia al contrario. Perché per molti quella stessa strada, qualche settimana dopo, diventa la strada della partenza.

Si lascia la Calabria, ma non è mai soltanto un viaggio. C'è chi parte per tornare al lavoro, chi per ricominciare l'università, chi per raggiungere una città dove ormai vive da anni. Milano, Torino, Bologna, Roma, Firenze, le grandi città del Nord. Destinazioni diverse, storie diverse, ma spesso la stessa sensazione: quella stretta allo stomaco quando si saluta casa.

«Ogni volta mi dico che stavolta sarà più facile. Poi arriva il momento di partire e mi viene il magone». È una frase di Chiara, che ci ha donato questa foto durante il lungo viaggio. Perché ci sono luoghi dai quali ci si allontana fisicamente, ma che continuano a viaggiare con noi.

A settembre la Calabria cambia volto. Le spiagge iniziano lentamente a svuotarsi, i lidi abbassano le saracinesche, i paesi ritrovano ritmi più lenti. Le piazze, fino a qualche giorno prima piene di voci, tornano a conoscere il silenzio delle mattine di settembre.

E mentre qualcuno torna alla propria quotidianità, qualcun altro guarda dal finestrino un paesaggio che conosce a memoria. Le montagne, il mare, i paesi arroccati, i tornanti. «Quando sono qui voglio andare via, quando vado via vorrei tornare subito».

È forse la contraddizione più calabrese che esista. Perché partire, spesso, è una necessità. Ma tornare è un desiderio.

C'è chi prepara la macchina la sera prima, chi controlla dieci volte di avere preso tutto, chi mette nello zaino qualche prodotto di casa, qualcosa da mangiare, un barattolo, una bottiglia, un piccolo pezzo di Calabria da portarsi dietro.

E poi ci sono gli ultimi saluti. La madre che chiede se si è mangiato. Il padre che dà un consiglio sulla strada. La nonna che saluta dalla porta, dopo aver preparato i boccacci. Gli amici che promettono: «Ci vediamo presto», anche se entrambi sanno che forse passeranno mesi.

Settembre è fatto anche di queste piccole bugie dette per non rendere ancora più difficile la partenza. Poi la macchina si muove.

Si imbocca la strada, si guarda nello specchietto retrovisore e per qualche secondo si cerca ancora quella casa, quel paese, quella persona rimasta sul ciglio della strada.

La Calabria si allontana centimetro dopo centimetro. Eppure resta.

Resta nei sapori, negli accenti che diventano più forti quando si è lontani, nelle telefonate della domenica, nelle fotografie sul telefono, nelle estati che sembrano sempre troppo brevi.

«Qui ho tutto quello che mi manca quando sono fuori», dice idealmente chi parte. «E quando torno mi accorgo che non mi mancava un posto: mi mancavano le persone».

Forse è proprio questo il senso delle partenze di settembre. Non si lascia soltanto una regione. Si lascia una parte della propria quotidianità, sapendo che da qualche parte, dietro quel cartello stradale, c'è un pezzo della propria vita.

E così si parte. Con la valigia nel bagagliaio, il navigatore impostato sulla destinazione e quel magone in gola che nessun navigatore può indicare.

Perché andare via dalla Calabria, per chi la porta dentro, non significa mai davvero lasciarla.

Significa soltanto allontanarsi abbastanza per sentire ancora più forte la voglia di tornare.

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