Il Vescovo Savino ai medici: «La cura non è tecnica, ma relazione e dignità»
Il vescovo di Cassano richiama alla responsabilità umana e spirituale: sanità tra crisi, aggressioni e bisogno di prossimità
Alla diocesi di Cassano allo Ionio, il vescovo Francesco Savino si rivolge ai medici con parole nette e profonde, tracciando un quadro lucido della sanità contemporanea e del ruolo, sempre più complesso, di chi opera nei luoghi della cura. Non un semplice discorso celebrativo, ma una riflessione che intreccia etica, società e fede, partendo da un riconoscimento chiaro: la medicina non è solo professione, ma responsabilità civile e custodia della vita.
Savino sottolinea come il medico oggi si muova «su una delle frontiere più delicate della vita umana», tra emergenze ospedaliere e fragilità silenziose che abitano il territorio. La cura, evidenzia, non può ridursi alla sola terapia, perché il malato «non coincide mai con la sua patologia», ma è sempre «un volto, una biografia, una domanda di senso».
Il vescovo richiama con forza il rischio di una sanità sempre più tecnologica ma meno relazionale: strumenti avanzati e diagnosi precise non bastano se si perde la capacità di accompagnare. «La terapia combatte la malattia; la cura custodisce la persona», afferma, indicando nei medici cattolici una responsabilità specifica: tenere insieme competenza e compassione, scienza e coscienza.
Ampio spazio è dedicato anche alle difficoltà strutturali del sistema sanitario: carenza di personale, burocrazia, liste d’attesa e pressione crescente. Un contesto che, secondo Savino, alimenta anche il fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari, con dati allarmanti: quasi 18mila episodi nel 2025. «Ogni aggressione è una ferita all’intera comunità», denuncia, parlando di una crisi più profonda del legame fiduciario tra cittadini e istituzioni.
Particolarmente significativo il passaggio sulla medicina territoriale, definita «prima soglia» del sistema di cura. Qui il medico diventa «sentinella umana», capace di intercettare segnali deboli di disagio prima che esplodano in emergenze. Un ruolo che non può essere solitario, ma deve inserirsi in una rete tra servizi sanitari, sociali, scuola e comunità.
Il riferimento alla recente tragedia di Catanzaro introduce il tema della sofferenza psichica: Savino invita al silenzio e al rispetto, ma anche a una riflessione collettiva sulla capacità di riconoscere il dolore prima che diventi abisso. «Non tutte le ferite sanguinano», ricorda, indicando nella prevenzione relazionale una delle sfide più urgenti.
Nel finale, il vescovo consegna tre parole chiave ai medici: competenza, prossimità e speranza. Non una speranza ingenua, ma quella che «impedisce alla sofferenza di diventare l’ultima parola». E lancia anche un messaggio alle istituzioni: «I medici non possono essere lasciati soli», superando la retorica dell’eroismo per garantire condizioni di lavoro dignitose.
Un intervento che va oltre l’ambito religioso e si propone come riflessione civile sulla sanità e sulla società, ricordando che «una comunità che non protegge chi cura i fragili smarrisce il senso stesso della convivenza».
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