Anna Mallamo al Premio Sila: la bellezza come atto di resistenza

Alla Ubik una serata intensa con l’autrice: il Sud, la lingua e la speranza al centro del romanzo premiato e candidato allo Strega

A cura di Redazione
14 aprile 2026 22:00
Anna Mallamo al Premio Sila: la bellezza come atto di resistenza - Uff. Stampa Premio Sila
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La libreria Ubik gremita, il silenzio attento del pubblico e una voce che attraversa il Sud, la memoria e il presente. Anna Mallamo è stata protagonista del quarto appuntamento della Decina 2026 del Premio Sila, presentando il suo romanzo d’esordio “Col buio me la vedo io” (Einaudi), già vincitore del Premio Supermondello 2025 e candidato allo Strega 2026. A dialogare con lei il giornalista Giuseppe Smorto.

A chiudere l’incontro, una frase che è già manifesto: «Sarò una stupida sognatrice, ma credo davvero che la bellezza salverà il mondo». E ancora: «Se si insegnasse la bellezza sarebbe la più grande arma contro le mafie. Ogni libro in più è una bomba in meno».

Prima del confronto, la direttrice del premio Gemma Cestari ha ricordato Romano Luperini, giurato recentemente scomparso: «Un grandissimo intellettuale… gli dobbiamo molto, per il giurato che è stato e per l’uomo».

Il cuore del dibattito si è sviluppato attorno alla lingua e al racconto del Sud. Gemma Cestari ha sottolineato «l’invenzione di una lingua potentissima, nuova, mista del dialetto calabrese… affilata come una lama». Una lingua che, secondo Giuseppe Smorto, si inserisce in una cornice storica complessa: quella della Reggio Calabria dei moti e delle contraddizioni, dove «non solo si ammazzano tra loro», ma emergono zone grigie e vittime innocenti.

La scelta del 1981, ha spiegato Anna Mallamo, nasce da una potente metafora: «La vicenda di Vermicino… una cosa sotto gli occhi di tutti che nessuno vede. Mi è sembrato il simbolo perfetto del nostro Sud». Un Sud raccontato fuori dagli stereotipi, dove convivono bellezza e ombra: «L’ombra c’è e prima o poi ci tocca. Se la guardi, la realtà ti trasforma».

Spazio anche al tema del dialetto, vissuto come radice profonda: «Non lo so parlare, mi è stato tolto. Ma l’ho recuperato. È la lingua, il primo humus in cui mi sono nutrita».

Il romanzo, ha chiarito l’autrice, è «un romanzo di trasformazione», incarnato dalla protagonista Lucia: «Parte da una mentalità di vendetta e arriva alla giustizia. Questa trasformazione non l’ho regalata io a lei, è lei che l’ha regalata a me». Un passaggio colto anche da Giuseppe Smorto: «Questo libro è pieno di speranza… l’alternativa alla vendetta è la conquista».

La serata si è chiusa con la lettura di una pagina del romanzo, tra sogno adolescenziale e scoperta dell’amore, suggellando un incontro che ha trasformato la letteratura in qualcosa di più: un gesto concreto di resistenza umana.

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